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Nyt denuncia OpenAI: news, motivi e difesa

Scopri tutti i dettagli della denuncia del New York Times contro OpenAi. Il giornale ha chiesto di distruggere ChatGPT.

di Antonio Dello Iaco

Il Nyt (New York Times) ha denunciato OpenAI e Microsoft, chiedendo un risarcimento miliardario e la distruzione di ChatGPT e di ogni altro modello di intelligenza artificiale addestrato con gli articoli scritti dal quotidiano statunitense.

In questo articolo capiremo i motivi della denuncia, qual è la difesa di OpenAi e Microsoft, perché questa azione legale è differente da altre iniziative analoghe e, soprattutto, cosa può succedere nelle prossime settimane.

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Perché il New York Times denuncia OpenAI (ChatGPT) e Microsoft

Ecco gli aspetti più importanti evidenziati dal New York Times nella sua denuncia a carico di OpenAi (azienda che ha sviluppato ChatGPT) e Microsoft (azienda che ha finanziato OpenAi e che ha implementato ChatGPT nel motore di ricerca Bing):

Nella denuncia si legge che OpenAi avrebbe usato milioni di articoli per «addestrare chatbot che ora competono con il giornale come fonte di informazioni affidabili».

Si prospetta una lunga guerra legale che ruoterà intorno alla protezione del diritto d’autore, alla libertà di stampa e di impresa. Il processo potrebbe spingere i legislatori americani a regolare questioni come l’utilizzo di contenuti prodotti da terzi (per esempio un giornale) per addestrare un modello di intelligenza artificiale.

Come si legge sul sito del noto quotidiano statunitense, «Il Times è la prima grande organizzazione mediatica americana a citare in giudizio le aziende, i creatori di ChatGPT e altre popolari piattaforme di intelligenza artificiale, per questioni di copyright associate alle sue opere scritte. 

La citazione in giudizio: cosa dice l’atto ufficiale

La denuncia del New York Times a OpenAi e Microsoft si apre con l’affermazione «Independent journalism is vital to our democracy. It is also increasingly rare and valuable» (Il giornalismo indipendente è vitale per la nostra democrazia. È in più sempre più raro e prezioso).

Ma è nel secondo comma del capitolo “NATURE OF THE ACTION” che si entra nel vivo della discussione giuridica. Il Times, senza mezzi termini, attacca OpenAI, ChatGPT e tutte le realtà di intelligenza artificiale connesse ai due colossi dicendo: «Defendants’ unlawful use of The Times’s work to create artificial intelligence products that compete with it threatens The Times’s ability to provide that service.

(L’utilizzo illegale da parte degli imputati del lavoro del Times per creare per l’intelligenza artificiale i prodotti che competono con esso, minacciano la capacità del Times di fornire tale servizio).

Defendants’ generative artificial intelligence (“GenAI”) tools rely on large-language models (“LLMs”) that
were built by copying and using millions of The Times’s copyrighted news articles, in-depth investigations, opinion pieces, reviews, how-to guides, and more».

(Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa (“GenAI”) si basano su modelli di linguaggio di grandi dimensioni (“LLM”) che sono stati costruiti copiando e utilizzando in modo approfondito milioni di articoli di notizie protetti da copyright del Times come indagini, articoli di opinione, recensioni, guide pratiche e altro ancora).

«While Defendants engaged in widescale copying from many sources, they gave Times content particular emphasis when building their LLMs—revealing a preference that recognizes the value of those works. Through Microsoft’s Bing Chat (recently rebranded as “Copilot”) and OpenAI’s ChatGPT, Defendants seek to free-ride on The Times’s massive investment in its journalism by using it to build substitutive products without permission or payment».

(Mentre gli imputati si impegnavano copiando su larga scala da molte fonti, hanno dato particolare enfasi ai contenuti del Times durante la costruzione i loro LLM, rivelando una preferenza che riconosce il valore di quei lavori. Attraverso Microsoft Bing Chat (recentemente rinominato “Copilot”) e ChatGPT di OpenAI, gli imputati cercano di approfittarsi sul massiccio investimento del Times nel suo giornalismo, utilizzandolo per costruire prodotti sostitutivi senza permesso o pagamento).

Se vuoi consultare tutto il documento puoi scaricarlo cliccando qui.

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Prima la carota e poi il bastone

Nel provvedimento si legge che il Nyt ha provato un’interlocuzione con OpenAI e con Microsoft nello scorso aprile. L’obiettivo del quotidiano americano era arrivare a una «risoluzione amichevole» con gli attuali imputati.

Purtroppo i confronti e i colloqui non hanno portato a nulla. Così si è deciso di rivolgersi al tribunale.

Il New York Times chiede la distruzione di ChatGPT

Il Nyt chiede ai giudici di disporre la distruzione del modelli di intelligenza artificiale (come ChatGPT) addestrati con i dati del Times. («Ordering destruction under 17 U.S.C. § 503(b) of all GPT or other LLM models and training sets that incorporate Times Works»).

(Ordinazione della distruzione ai sensi dell’articolo 17 U.S.C. § 503 (b) di tutti i modelli GPT o altri LLM)

L’articolo 17 citato dal Times prevede, alla lettera “B” dell’articolo 503 del codice degli Stati Uniti, la possibilità che «nell’ambito di una sentenza o di un decreto definitivo, il tribunale può ordinare la distruzione o altra disposizione ragionevole di tutte le copie o registrazioni sonore ritenute realizzate o utilizzate in violazione dei diritti esclusivi del titolare del diritto d’autore, e di tutte le lastre, stampi, matrici, master , nastri, negativi di pellicola o altri articoli mediante i quali tali copie o registrazioni possono essere riprodotte».

In sostanza, il quotidiano americano chiede, oltre al risarcimento danni (che il giudice dovrà quantificare ndr), la distruzione di tutto ciò che è stato creato con l’utilizzo dei materiali e degli articoli protetti dai copyright del Nyt.

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ChatGPT può essere distrutta?

Difficile che i giudici dispongano la distruzione di ChatGPT. Il processo, però, potrebbe spingere gli Stati Uniti a creare leggi che tutelino il diritto di autore in casi analoghi a quelli citati dal Nyt.

Per esempio OpenAi potrebbe essere obbligata a pagare per usare i dati di terze parti (come un giornale) come fonte di addestramento di un modello di intelligenza artificiale. Questo scenario creerebbe un nuovo mercato per le fonti autorevoli di un settore, che monetizzerebbero le proprie informazioni.

La risposta di OpenAI e il silenzio di Microsoft

OpenAI ha prontamente risposto, con un comunicato stampa, alla citazione in giudizio del Times. La società a cui fa capo ChatGPT ha risposto alle accuse definendosi «sorpresa e delusa» di quanto accaduto e affermando:

«Rispettiamo i diritti dei creatori e dei proprietari di contenuti e ci impegniamo a collaborare con loro per garantire che traggano vantaggio dalla tecnologia AI e dai nuovi modelli di reddito».

«Siamo fiduciosi di trovare un modo reciprocamente vantaggioso per lavorare insieme, come stiamo facendo con molti altri editori».

Microsoft ha scelto, almeno per il momento, di non commentare quanto accaduto.

La difesa di OpenAi

Fino a ora, le aziende che addestrano modelli di intelligenza artificiale come ChatGPT, citano il “fair use“: una legge che permette di usare materiale coperto da copyright senza pagarlo in particolari situazioni. Per esempio in iniziative divulgative.

Il New York Times ritiene che l’utilizzo degli articoli fatto dall’azienda di tecnologia violi uno dei principi del fair use: danneggia il valore del prodotto (per esempio le notizie offerte a pagamento) e il mercato di riferimento (quello editoriale) attraverso una concorrenza sleale.

New York Times e diritto d’autore: un caso senza precedenti

La scelta del Times di citare in giudizio due grandi colossi come OpenAI e ChatGPT è rivoluzionaria e non è escluso che possa portare importanti novità nel mondo dell’intelligenza artificiale.

Il Nyt ha dovuto citare fonti giudiziarie ordinarie del diritto statunitense. Negli Usa infatti, non esiste una legislazione dedicata alla tutela del diritto d’autore, del diritto alla privacy e alla gestione dell’intelligenza artificiale equiparabile a quella dell’Unione Europea.

Questo processo potrebbe rappresentare una fonte normativa fondamentale per l’ordinamento giuridico Usa, basato sul modello del common law (i giudizi vengono stabiliti sulla base di altre precedenti sentenze ndr).

Il pericoloso avvento dell’IA generativa

Nel provvedimento si evidenzia anche come l’intelligenza artificiale possa presto prendere il sopravvento nel settore dell’informazione e dell’editoria. Il Times parla dell’IA come di un competitor nel settore della comunicazione.

Le tecnologie di intelligenza artificiale generativa, che si basano sull’apprendimento automatico (machine learning) di contenuti creati dopo aver appreso un gran numero di dati, possono violare diritti importanti come quello d’autore.

Questo non deve essere un motivo per limitare lo sviluppo e l’uso di queste tecnologie ma, tuttavia, deve essere il monito per legiferare e introdurre un controllo netto e chiaro per tutelare tutti i cittadini e le cittadine che usano prodotti di IA.

Nyt OpenAI: cosa sta succedendo
L’immagine rappresenta il processo del Nyt contro OpenAI

Il copyright definisce il diritto d’autore. Quando una persona realizza un’opera di qualsiasi tipo con l’uso della sua inventiva, intelligenza e capacità, diventa proprietaria della tutela legale del prodotto finale.

Quella persona possiede il diritto esclusivo di uso del prodotto, anche se esistono delle eccezioni. Sono molti i prodotti che possono essere protetti da copyright come:

Cos’è il copyleft?

Il copyleft è un approccio legale che garantisce la condivisione e la modifica libera di opere creative come il software.

Chi utilizza opere in copyleft può farlo gratuitamente, ma deve mantenere le stesse libertà per gli altri nelle versioni modificate. È spesso utilizzato per promuovere il software e altre opere creative aperte e libere.

Diritto d’autore e opere create da animali?

Per rispondere a questa domanda bisogna far riferimento alla sentenza del caso Midjourney che riguarda il copyright su opere create da animali.

In passato, la giurisprudenza americana ha stabilito che gli animali non possono detenere il diritto d’autore per le loro opere, come nel caso di Pigcasso, un maialino che ha creato quadri venduti per un milione di euro.

Questa decisione trova fondamento anche su una sentenza del 2018 riguardante una fotografia scattata da un macaco. Anche in questo caso si è stabilito che le opere create dagli animali sono di pubblico dominio.

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